Giorni e Anni di Viaggio

Di Olaf Möller

Laura Waddington ha paura di volare: non prende mai l’aereo (quasi mai...). Viaggia in pullman, in treno o con la nave. Quest’ultima, in un certo senso il mezzo di trasporto più antico, è stata l’ambientazione di due video, ZONE (1995) e CARGO (2001). Questi mezzi un po’ fuori moda vengono utilizzati ancora oggi da chi non può concedersi il lusso del tempo (il treno, tra l’altro, non è mai prima classe, sempre seconda o terza, e per nave si intende una nave da carico, non da crociera). Così il mondo scorre un po’ a ritroso e nel passato ritrova una dimensione più naturale. È il ridosso del XIX secolo, che ben si adatta a un’opera con un’agenda sociale che alla gente di oggi – la società di aereo-internet-cellulare – può apparire ormai superata, ma non lo è per la maggioranza delle persone che popolano il nostro pianeta, la Terra. Il ritmo lento fa percepire i particolari e le unicità, nulla a che vedere con leggerezze del tipo “Questo o quel film di Taiwan esprimono perfettamente il disagio economico del Perù” oppure “Questo è il modo in cui il mondo si guarda da un aeroplano che sfreccia nei cieli annullando confini, persone, culture e dissolvendo tutte le differenze in un unico movimento superficiale”. È la percezione del mercato, della gestione, della “Globalizorama”.

Laura Waddington, invece, è sempre in un luogo preciso, attraversa terre e mari, spesso per settimane e mesi, fino a integrarsi con il momento, con il luogo e con il tempo, assaporandone il gusto particolare. È un modo di muoversi nel mondo che ci ingloba, spesso negli stessi quartieri, con la gente che passa e se ne va, senza notarla o comunque dando per scontata la loro presenza. Per avere un’esperienza completa di questi viaggi e dei potenziali che nascondono, si deve essere sufficientemente aperti e riuscire ad accettare le proprie necessità occasionali, come il bisogno di aiuto, di cibo, di protezione, di amore e di amicizia; non si deve avere paura, ci si deve aprire anche agli stranieri e comprendere la loro gentilezza. Tutto ciò non si evince dalle opere, o meglio, è presente ma non affiora in superficie e diventa chiaro solo attraverso la conoscenza (quando presenta le sue opere, presto o tardi Laura Waddington inizia a parlare della sua paura di volare e di come questo problema abbia influenzato il suo approccio artistico...).

Un altro tipo di approccio, una sorta di traiettoria o di vettore, si trova invece nelle opere stesse, che rappresentano sempre il punto di partenza migliore. Non è necessario andare troppo in profondità, è al di fuori di esse, negli spazi aperti, che le opere di Laura Waddington parlano con il cuore in mano, perché vogliono, hanno bisogno di essere comprese. Dalla sua opera prima The Visitor (1992) all’ultima, Border (2004) – dopo la quale, ha dichiarato, deve accadere qualcosa di completamente diverso – tutta la sua filmografia descrive una sorta di movimento verso gli spazi aperti: dai locali chiusi degli ambienti lavorativi e domestici in The Visitor, nasce un desiderio che è (anche) la necessità di fuggire; quindi si passa a ZONE e CARGO e gli spazi racchiusi dei viaggi in nave in compagnia degli uomini più disgraziati del mondo, marinai le cui condizioni di lavoro e di vita sono considerevolmente peggiorate negli ultimi 20, 30 anni, una sorta di classe operaia che sotto molti punti di vista non ha più una patria: spesso sono prigionieri della loro nave, della loro bandiera e del loro passaporto (sempre che ne abbiano uno), non possono andarsene quando la nave entra in un porto e non devono neppure guardare ad altri paesi con troppo interesse. Con Border, infine, si approda a una destinazione quasi simbolica, il campo dei rifugiati di Red Cross a Sangatte, dove la regista è rimasta per mesi insieme ai rifugiati afgani e iracheni,uomini e donne che avevano percorso migliaia di chilometri per sfuggire alla loro sorte e che stavano cercando di intraprendere una corsa illegale attraverso un tunnel che porta a un’altra terra promessa, una terra di gloria e speranza. Questo è l’unico video girato interamente all’aperto con i rifugiati, silhouette che si muovono nell’oscurità incontro al vento e alla pioggia e attraversano paesaggi anonimi a vedersi, ma conosciuti per nome dalla voce narrante, Laura Waddington.

Che il suo primo viaggio cinematografico – la sua intera opera è un viaggio verso se stessa – si concluda tra i rifugiati, trova una certa logica nella vita di Laura Waddington: ha vissuto per molti anni da immigrante illegale negli Stati Uniti e attualmente vive in Francia non senza problemi. Nella sua vera patria, l’Inghilterra, non vuole rimanere per ragioni artistiche.
 
Quindi, in un certo senso, in Border c’è anche Laura Waddington, finalmente capace di guardare in faccia la realtà, mentre per molto tempo aveva avuto perfino paura di guardare attraverso la videocamera e di girare da sola le sue immagini. Per realizzare The Lost Days (1997) ha chiesto ad amici in tutto il mondo di girare alcune immagini che lei ha poi rifilmato fino a ottenere un effetto omogeneo, come di qualcuno che non sta realmente guardando, ma passa e registra; ZONE, invece, è stato girato con una videocamera nascosta che sembrava filmare ‘accidentalmente’. In CARGO, Laura Waddington guarda ancora attraverso il mirino, gira le immagini, ma non sembra essere molto presente, o comunque sembra non dimostrare un grande entusiasmo.Con Border si potrebbe invece dire che abbia finalmente trovato se stessa: in ogni immagine si respira una compassione eroica di dimensioni quasi kurosawiane, in ogni movimento una precisione che rappresenta la testimonianza gloriosa della crescita e dell’apprendimento frutto di tutti questi anni passati sulla strada.

Eppure in quel viaggio qualcosa si è perso: la necessità di farsi scudo dietro uno strato di finzione. Rispetto alle opere successive, The Lost Days è per molti aspetti un’opera fittizia. La storia della donna che fugge da una relazione che sta naufragando è fittizia, esisteva già prima delle immagini. E anche nelle immagini c’è finzione, perché sono girate da molte persone ma trasformate da un’unica mano. E c’è anche un altro strato: non è Laura Waddington a narrare la storia, quindi a autenticare le immagini. Il prologo è affidato alla voce di Chantal Akerman (che in un certo senso rispecchia il prologo della sua Histories d’Amerique: Food, Family and Philosophy, 1989) mentre la storia vera e propria è raccontata da Marusha Gagro. Detto ciò, The Lost Days resta la storia di una persona estranea a se stessa che gira il mondo ma vede sempre le stesse cose, un io un po’ indistinto con cui non ci si può confrontare, la propria solitudine, (in The Visitor e The Lost Days il simbolo dell’emarginazione dei protagonisti, disoriendertati e autocentrati. Gli uomini la rifiutano nella sua essenza.…ovvero: il corpo è una prigione, una fortezza di solitudine). ZONE e CARGO sono storie di un amore perduto o abbandonato, raccontate però un po’ più in sordina e utilizzate per prendere una certa distanza. La conclusione arriva con Border: non è più necessario distanziarsi – adesso è il momento dei contatti, adesso bisogna esserci.

Nelle opere di Laura Waddington c’è anche qualcosa di profondamente erotico, in particolare in quelle successive a The Lost Days, quando ha smesso di lavorare con le immagini a velocità normale e ha cominciato a utilizzare immagini a rallentatore, rese ancora più passionali dalle musiche di Simon Fisher Turner. Il viaggio diventa un tutt’uno con l’amore, i momenti interminabili e iperpresenti diventano memorie quasi afferrate, un modo in cui si cerca di prolungare il flusso e i fugaci attimi di passione. La differenza tra passione e compassione scompare, i confini si dissolvono e ogni corpo diventa un vascello di cambiamenti.

(Translated from the english)

Olaf Möller “The Days and Years of My Travels” The 51st Pesaro International Film Festival Catalogue, Italy, 2005